IL SOGNO DI DIO PER QUESTA NOSTRA UMANITÀ

4 Febbraio 2022
IL SOGNO DI DIO PER QUESTA NOSTRA UMANITÀ

Venerdì 4 febbraio 2022 si celebrerà la seconda Giornata internazionale della Fratellanza umana. La “Dichiarazione di Abu Dhabi” firmata nel 2019 da Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar  Ahmad Al-Tayyeb, a cui la celebrazione fa riferimento, è un esplicito “invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà”. Per questa occasione, P. Camillo Ripamonti, a partire dalla sua esperienza come Presidente del Centro Astalli (sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati), risponde ad alcune domande dei giovani del MEG

Che cos’è secondo te la fratellanza universale? Può essere vissuta concretamente, oppure si tratta solo di un’utopia irraggiungibile?

Credo che la fratellanza sia il sogno di Dio per questa nostra umanità creata. Viviamo in un mondo interconnesso, lo abbiamo visto in modo chiaro con la pandemia. Un virus comparso in un’altra parte del mondo non ci ha messo molto tempo a arrivare da noi. La globalizzazione ci ha resi vicini, ma non ci rende fratelli. Ci siamo ripetuti più volte in questo tempo che siamo tutti sulla stessa barca eppure purtroppo anche questo periodo sembra non sia stato sufficiente per avviarci verso un cammino comune da fratelli e sorelle.

Questo cammino però non credo sia solo un’utopia, credo invece che la fratellanza sia insieme un progetto e un’aspirazione che si può realizzare concretamente ognuno per la sua parte. È un progetto, cioè non è qualcosa che si realizza automaticamente occorre metterlo in programma nella propria vita. Sempre di più in questo nostro mondo occidentale l’esperienza anche umana di avere un fratello o una sorella si è notevolmente ridotta. Occorre reimparare, desiderare e aspirare a questo, cioè al comprendere sempre meglio cosa vuol dire essere fratelli e sorelle gli uni degli altri. Questo non è competere per risorse limitate ma è condividere un orizzonte comune e una casa comune   

Un medico del Centro Astalli
Locandina che promuove il Servizio civile al Centro Astalli

In quali direzioni sarebbe necessario che un giovane, oggi si impegnasse per rispondere a questo invito?

La direzione di una conoscenza e un’apertura alla diversità, che ti porta a incontrare l’altro, senza paura, indipendentemente da cultura, religione, orientamento sessuale, provenienza geografica.

In una parola bisogna essere disposti a ascoltare chi è diverso. Oggi tendenzialmente a scuola impariamo un’altra lingua rispetto all’italiano con l’obiettivo di rendere più facile la comunicazione con persone anche di altri paesi; nella maggior parte delle persone c’è il desiderio di viaggiare (e fino a prima della pandemia questo era più semplice) per vedere altri luoghi. Paradossalmente, però, non siamo molto disposti a conoscere usi e costumi diversi dai nostri, ad ascoltare una persona diversa da noi, in generale non siamo disposti a ascoltare chi ha idee diverse da noi e confrontarci con lui/lei in modo pacifico e dialogante. Anche nei viaggi che facciamo in altri Paesi, forse anche in luoghi lontani spesso riproduciamo il nostro stile di vita. Non cerchiamo di comprendere chi è diverso da noi. Siamo un po’ vittime di una cultura dell’omologazione.

Da un osservatorio così particolare qual è il Centro Astalli, quali elementi di fratellanza ti sembra siano già presenti nel nostro contesto sociale, quali andrebbero rinsaldati e quali, invece, ti sembra manchino completamente?

Comincerei da ciò che manca o che è un po’ fragile: il desiderio di un’informazione più corretta. Spesso ci accontentiamo rispetto alle altre persone, e nel caso specifico delle persone migranti, di stereotipi o di quanto frettolosamente leggiamo in rete. Per vincere la paura dell’altra persona specie se straniera occorre informarsi adeguatamente e dove possibile incontrare queste persone. Quando poi si supera lo scoglio della paura e del pregiudizio noto frequentemente la disponibilità a accogliersi reciprocamente. Si perché l’accogliersi è sempre bidirezionale perché accogliersi è fare entrare una persona nella propria vita e lo si fa lentamente con delicatezza e reciprocamente. Questa cultura dell’incontro e dell’accoglienza andrebbe incrementata. Quello che vedo come elemento di fratellanza importante, che c’è nelle nostre società la voglia di mettersi a disposizione per far cambiare le cose: fare il volontario, un desiderio di partecipazione perché questo nostro mondo sia più giusto e vivibile e i giovani sono sempre disponibili e sensibili a questo.

L’ingresso della sede di Roma
Papa Francesco visita il Centro Astalli

In che modo la fede, qualunque essa sia, invece di essere elemento di divisione o contrapposizione, può offrire delle ragioni “in più” per accogliere e rispondere all’invito di sentire ogni uomo fratello?

Il sentirsi parte di un’umanità creata da un Dio misericordioso, credo aiuti a riconoscere in ogni donna e uomo un fratello e una sorella e in ogni essere vivente una parte importante di una casa comune che ci è stata consegnata come un dono da custodire e non da saccheggiare. Troppo spesso l’appartenenza a una religione piuttosto che a un’altra ha contrapposto gli uni agli altri e alcune letture integraliste hanno trasformato le religioni in armi e strumenti di morte. Ma ogni cammino onestamente condotto all’interno di un credo diverso non ci deve contrapporre gli uni agli altri ma ci deve fare compagni di viaggio. La domanda da porsi credo non sia chi ha ragione in ciò in cui si crede, ma piuttosto vivo coerentemente ciò in cui credo. Testimoni di fedi diverse sono luci sul cammino di un mondo in pace. Il dialogo tra i vari testimoni di diverse religioni crea un mondo più giusto. Per un Cristiano il modello è Gesù che ha tracciato il cammino che passa dalla croce e usa come strumento di riconciliazione il perdono.

Nel tuo lavoro quotidiano, hai avuto la possibilità di scorgere semi di fratellanza fra le persone, le istituzioni, le religioni? Puoi raccontarci uno o più episodi che ti hanno regalato speranza?

Ci sono tanti piccoli episodi. Vorrei partire da un episodio tra due fratelli di sangue che nel Sudan in guerra si trovano a imbracciare le armi. Un giorno si trovano faccia a faccia ma in due fazioni opposte. Uno dei due depone le armi, ma come disertore è costretto a fuggire. L’amore per suo fratello gli costa una lunga fuga. Ma poi ci sono gesti di fraternità nei racconti dei viaggi, sui fuoristrada che attraversano il deserto dove si condivide tutto anche la poca acqua a disposizione. O ancora nei centri di detenzione libici dove ci si consola e sostiene a vicenda per sopportare drammatici momenti di violenza. O ancora sulle barche improvvisate che attraversano il Mediterraneo, dove due estranei di paesi diversi siedono fianco a fianco, ma per la vita non saranno più solo compagni di viaggio. O ancora gesti di fratellanza di volontari che escono a fare escursioni o invitano i rifugiati in casa per pranzi o cene, momenti di familiarità in cui si diventa di casa. O rifugiati che tronano dopo anni ad Astalli da cittadini italiani per aiutare altri rifugiati. Tanti piccoli segni di fratellanza dove la fratellanza è ferita. Momenti di crisi si trasformano in opportunità, il male viene trasformato in bene.

Padre Camillo con alcuni rifugiati del Centro
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